sabato 6 maggio 2017

NEW YORK STORIES - Paolo Cognetti

Breve storia delle mie fissazioni

La mia stanza è invasa da libri e non so proprio più dove metterli.
E' piena la Billy; è piena la miniBilly; è piena la libreria destinata ai manuali universitari; il comodino è prossimo allo sfondamento; la scrivania è sovrastata da volumi su volumi su volumi e di spazio non ce n'è quasi più. (Non vi racconto la storia delle mie scarpe perché questo non è un FESCION BLOG di una FESCION BLOGGER, quindi lungi da me, le scarpe lasciamole nell'armadio).
Quando ho bisogno di utilizzare la scrivania scaravento tutti i libri sul letto, e quando è ora di andare a dormire riporto tutti i libri dal letto sulla scrivania, creando questo vortice incessante di carta e disordine. Poi ci sono quei giorni in cui proprio non me ne va di perdere tempo a spostare i libri e in quei giorni devo sperare che sul letto ce ne siano pochi, di libri, così da poterli spostare in un angolo lontano lontano e trovare un po' di spazio per dormire.
Sia benedetto il letto a una piazza e mezzo.

In questo momento avverto la necessità di puntualizzare un concetto importante: secondo il mio modesto parere, lo spazio non dovrebbe porre limiti all'acquisto di libri. Non posso rinunciare alle letture perché non ho posto per altri volumi e no, amici, no, non se ne parla. Io, gli eBook, gli eReader e compagnia bella (nonostante io stessa abbia scritto una tesi di laurea sull'ipertesto) siamo binari paralleli, mondi distanti, che non si incontreranno mai. E no amici, con la biblioteca non funziona, o meglio, funziona se un libro mi piace così così, ma se un libro mi appassiona non riesco a restituirlo e ad abbandonarlo. Diamine, sono un toro!
L'unica soluzione, ché una soluzione c'è sempre, è trovare altro spazio.

Situazione attuale: libri abbandonati sul letto

Detto ciò, veniamo a noi.
La situazione attuale, come si evince chiaramente dalla foto qui a lato, è la seguente:
- Agenda Book Journal aggiornata alla data del 15/05/2016
- Lettura conclusa di numero 1 libro per dovere e numero 2 libri per diletto (di Tre scene da Moby Dick trovale la recensione QUI!)
- Cervello impostato in modalità "se potessi volerei a New York ora e difficilmente tornerei a casa".
Perché?
Perché ho letto "New York Stories" di Paolo Cognetti e perché, se seguite questo blog da tempo sufficiente, è chiaro ed evidente l'amore dichiarato e sovraesposto che la sottoscritta nutre nei confronti di New York e di tutto ciò che le ruota intorno.
Leggere questo libro era un dovere morale verso la mia passione, a costo di spendere 21 euro (a proposito, su Ibs in questi giorni lo trovate scontato a 17€)


TRAMA: "A chi la attraversa con occhi attenti, New York racconta la storia di un secolo preciso, il Novecento: in quali idee credeva, di quali mali soffriva, che sogno di felicità inseguiva. Camminare tra il Lower East Side e il Greenwich Village, o pedalare su per Broadway fino a Times Square, o costeggiare l'isola in traghetto da Harlem alla Battery, è come assistere a un'epopea che nasce nell'età del transatlantico e delle grandi migrazioni, supera gli anni ruggenti, gli anni ribelli, gli anni dell'opulenza, e finisce una mattina di inizio millennio, il giorno del 2001 in cui qualcuno ha immaginato di poter distruggere New York. Ma una città non è fatta solo di luoghi: sono le persone con i loro sentimenti, le loro relazioni e desideri, a darle la sua anima. E New York - lo dice Fitzgerald nel racconto che apre questa raccolta - non è la città di chi ci è nato, ma quella di chi l'ha desiderata, e ha dovuto combattere per farne parte. Come la vecchia Mary del racconto di Nicholasa Mohr (tradotto per la prima volta in Italia), che ha lasciato un figlio a Portorico con l'intenzione di tornare a riprenderselo dopo aver fatto fortuna; come gli emigranti descritti da Mario Soldati che durante la traversata immaginano cosí il loro approdo: «fauci aperte, immane leviatano, a triturare senza pietà chiunque non sapesse l'inglese». I personaggi indimenticabili di queste storie - la bella bionda di Dorothy Parker, quello spilungone di Jelly che gareggia a colpi di rime in strada per rimediare un pranzo, o Pier Paolo Pasolini, in pantaloni di velluto e scarpe di camoscio, che si aggira da solo per le zone più cupe del porto - compongono il frastuono di grida, litigi, proteste, suppliche, dichiarazioni d'amore che sono la musica di New York. «Un luogo dove nascondersi, dove perdersi o ritrovarsi, dove fare un sogno in cui si abbia la prova che forse, dopo tutto, non si è un brutto anatroccolo, ma si è meravigliosi, degni di amore», come scrive Truman Capote. Paolo Cognetti da anni esplora le strade e le storie della Grande Mela, e ci regala con quest'antologia una bussola letteraria preziosa e originale per il nostro personalissimo viaggio
Rendere lo spirito di una città attraverso un'antologia di testi non è un'operazione semplice. Se poi quella città è una grande metropoli mondiale come New York, sulla cui storia è stata edificata un'autentica mitologia, l'opera può diventare uno sforzo titanico o donchisciottesco, in virtù della capacità dell’autore. Paolo Cognetti, già padre della serie "Scrivere/New York" per Minimum Fax, ha centrato l'obiettivo col tomo edito da Einaudi e pubblicato l’anno passato, un’opera che scava nelle sfaccettature di una realtà urbana, quella della Grande Mela, che forse più di ogni altra città ha rappresentato i valori del secolo scorso. Così, nella selezione letteraria sapientemente curata, si possono scorgere le tante anime che hanno dato voce al sogno americano, perché ogni storia a stelle e strisce made in NY è la storia di un viaggio, un itinerario in luoghi più o meno conosciuti che penetrano nel proprio io, esasperandone paure, tic e speranze."

Ventidue autori, ognuno con la propria storia, ogni personaggio con la propria compagnia, che sia l'alcool, un gatto, il vicino o la donna perfetta, come suggeriscono dal blog La campana di Vetro.

Trecentosettantotto pagine, una cartina di New York che indica dove sono ambientati i racconti e una cartina a colori  realizzata da Saul Steinberg.

Gli anni ruggenti, la grande migrazione, I love New York, l'età ribelle e Luminosa decadenza sono le cinque sezioni in cui è suddiviso il libro e New York è il leitmotiv del progetto di Cognetti.

Un libro adatto agli amanti della letteratura americana e della città che riesce a farci sognare ogni volta.

I miei racconti preferiti? Eccoli:
Il barile magino - Bernard Malamud
La vecchia Mary - Nicholasa Mohr
Ballata - John Cheever
Saluti a casa - Richard Yates
La suocera - Ed Sanders
Un luogo dove non sono mai stato - David Leavitt
Le cose che facciamo per amore - Mona Simpson
E voi? Quali sono i vostri racconti del cuore?

A presto
Marti

sabato 29 aprile 2017

LE NOSTRE ANIME DI NOTTE - Kent Haruf



-Leggi tanti libri, ma come fai a scegliere i libri giusti?-
-I libri “giusti”?-
-Sì, leggi sempre libri che ti piacciono, come ci riesci?

L’annosa questione dei libri giusti perseguita i lettori considerati “forti” da sempre. O quanto meno a me succede sempre così. Mi incontrano in libreria e mi dicono “sei sempre qui”; non mi trovano, mi telefonano e mi chiedono “in che libreria ti sei cacciata?” e poi mi raggiungono tra gli scaffali, mentre abbraccio decine di libri oppressa dai sensi di colpa (al pensiero di tutti i libri già acquistati e in attesa di essere letti nella mia libreria) e mi chiedono:
 -Leggi tanti libri, ma come fai a scegliere i libri giusti?-.

La risposta, come sempre, è meno articolata di quanto potrebbe mai sembrare. Leggo soprattutto letteratura americana contemporanea, che è il mio genere preferito ormai da anni, mi confronto con persone che hanno i miei stessi gusti e, ultimo ma non per importanza, seguo una serie di blog simili al mio, curati da persone che hanno gusti simili ai miei, di cui sto scrivendo nella mia tesi di laurea - ma questa è un'altra storia.

Haruf è stato, per me, una scoperta recente avvenuta grazie ad un amico, compagno di letture e scritture. Pietro mi consigliò di leggere la Trilogia della Pianura e Pietro è una garanzia. Feci un ordine su Ibs.it in tempo record. I primi due volumi arrivarono in quattro giorni, li lessi in due e dovetti aspettare qualche mese prima dell’uscita dell’ultimo.

Dopo aver letto l’intera trilogia iniziai a consigliarla a tutti.
-Marti, dammi un consiglio: cosa posso leggere?-
-Leggi Kent Haruf-
Punto.

Probabilmente pubblicherò le recensioni dei tre volumi della Trilogia, ma per il momento voglio parlarvi dell’ultimo romanzo pubblicato da NN Editore, tradotto da Fabio Cremonesi e in commercio dai primi di febbraio 2017.

Uno dei particolari più strazianti a proposito di questo romanzo – per chi si è affezionato allo scrittore e si dispiace quando pensa che i libri di sua produzione siano così pochi – è che Haruf fece appena in tempo a consegnare la bozza definitiva al suo editore poco prima di morire, settantunenne, il 30 novembre 2014. E se oggi possiamo leggere queste pagine dobbiamo ringraziare Cathy Dempsey, vedova dello scrittore, che ne ha permesso la diffusione.

Come i tre volumi precedentemente pubblicati, Le nostre anime di notte è ambientato a Holt, una cittadina immaginaria del Colorado. I protagonisti sono Louis e Addie, due pensionati, entrambi vedovi e vicini di casa. In realtà, per contestualizzare il racconto, non c'è molto altro da sapere.
Procediamo con ordine:

L’incipit del romanzo è spiazzante, l’espediente letterario adottato da Haruf è davvero molto interessante, soprattutto per chi come me è sempre in difficoltà quando deve scrivere un nuovo inizio.
Addie Moore bussa la porta del vicino di casa, Louis Waters:
“Ce ne stiamo per conto nostro da troppo tempo. Da anni. Io mi sento sola. Penso che anche tu lo sia. Mi chiedevo se ti andrebbe di venire a dormire da me, la notte. E parlare. […] Sto parlando di attraversare la notte insieme. Starsene a letto insieme e tu ti fermi a dormire. Le notti sono la cosa peggiore, non trovi?”
Così semplice, così ovvio. C’è voluto coraggio, ma lo ha detto. Addie se ne va, lasciando Louis sulla porta interdetto e spiazzato da una richiesta così assurda e allo stesso tempo così giusta.
La porta si chiude alle sue spalle e Addie, insieme a noi curiosi lettori, resta in attesa di una risposta.
Perché assurda? Addie e Louis sono due anziani signori, che vivono soli in due grandi case in Cedar Street, una tranquilla strada residenziale di Holt. Sono vedovi, i figli stanno vivendo la loro vita altrove e la solitudine si fa viva, sempre più prepotente, soprattutto di notte, quando è buio e nella notte si sentono i rumori in lontananza di una piccola città assopita. I pensieri, i ricordi e il timore che sia ormai troppo tardi per essere felici.
Addie crede che, per combattere la solitudine, addormentarsi a fianco di qualcuno sia la soluzione giusta. Dunque, armata di coraggio e forte del fatto che comunque non ha niente da perdere, fa la sua proposta a Louis. L’anziano signore condivide la stessa solitudine e, di fronte a questa inspiegabile dichiarazione, ribelle e spregiudicata, decide di accettare. Con una consapevolezza forse tardiva ma non meno efficace si rendono artefici di quel cambiamento che per errore siamo soliti attribuire all'età giovane o adulta. Mai a quella senile. Nonostante sia universalmente riconosciuto il fatto che non è mai tardi per essere felici. Non è mai tardi per sentirsi compiuti.
E i due protagonisti si trovano a dover scegliere tra la propria libertà e il rimpianto. 
“Per noi le emozioni non sono finite. Non siamo diventati aridi nel corpo e nello spirito”

Se c’è una paura legata alla vecchiaia è proprio questa: il venire meno della possibilità di sentire e volere fortemente, l’essere costretti ad accontentarsi di passioni sbiadite. Haruf sventa questa paura e in questo romanzo mette in scena la rappresentazione di una felicità mancata. Non perduta, ma ritrovata. O forse trovata per la prima volta. Un dolore, capace di piegare una famiglia per sempre, ha ridotto Addie a condurre una vita priva di passione, ma a recitare al tempo stesso la parte della moglie serena e amata. Louis si è sempre sentito caratterialmente inadeguato, incapace di afferrare la felicità, quando l’ha provata, incapace di seguire la chiamata a essere più di un mediocre professore. E ha vissuto nel senso di colpa per aver fatto del male a chi amava, senza per altro essere stato felice.
Louis prende pigiama e spazzolino, li inserisce in un sacchetto e attraversa la strada. Entra in casa di Addie. I due si infilano sotto le coperte, a letto, e restano così, vicini, a parlare fino a quando non si addormentano ascoltando una il respiro dell’altro.
Da quel momento nasce una relazione, che è fatta di intimità, amicizia, parole e tocchi leggeri di mani che si sfiorano nell'oscurità, alla luce delle stelle, con piccoli gesti di premura. Si crea un equilibrio magico, innocente e delicato. Addie e Louis si conoscono, notte dopo notte, aggiungendo ogni volta un tassello e, infine, si innamorano.

Nei romanzi, come nella vita, prima o poi si presentano le difficoltà. Gli abitanti di Holt iniziano a parlare della loro relazione, attirando l’attenzione del figlio di Addie, che reputa scandaloso un comportamento del genere - soprattutto tra due persone così anziane. La verità è che una storia d’amore senza sesso tra due anziani è troppo bella per essere vera e per essere capita. Eppure, in fondo, Addie e Louis cosa hanno da perdere? 
Tutti questi ostacoli riusciranno a dividerli? 
Potrete scoprirlo leggendo questo romanzo.

Come dice M. Piccione “C’è grandezza nella semplicità, nei romanzi di Kent Haruf. Pacatezza e poesia. Essenzialità. La luce dello straordinario nel quotidiano”.

Peccato soltanto che i suoi romanzi siano così pochi.

Vi svelo un segreto. Ero abbastanza disperata, non lo nego. Il pensiero di non avere a disposizione una produzione pari a quella di Follett, King o Roth mi preoccupava così tanto che ho scritto alla casa editrice. Il gentilissimo Edoardo Caizzi mi ha risposto dicendo che per il 2018 e per il 2019 prevedono di pubblicare i primi due romanzi di Haruf, non ancora tradotti in italiano.
Sospiro di sollievo.

Lasciate un commento se siete innamorati di Haruf, se avete letto questo romanzo o semplicemente se vi va.
Alla prossima recensione!

Marti

lunedì 25 aprile 2016

TRE SCENE DA MOBY DICK - Alessandro Baricco





Zitti, zitti, zitti che forse riesco a mantenere la parola data.
Dicevo che avrei ricominciato a scrivere su questo blog ed eccomi qui a scrivere davvero, il che ha dell'incredibile, lo ammetto.

Visto che ci avete creduto più voi di me e visto che ora sono qui, voglio raccontarvi una storia. E' la storia dell'amore e  della passione e poi delle numerose delusioni sofferte da questa ragazza dal cuore spezzato. Gesù, quando ero giovane e illibata, mi sono innamorata di uno scrittore e mi sono sacrificata a lui, anima e tempo, corpo e denaro. L'ho difeso a spada tratta. Ogni volta che qualcuno osava affermare che fosse un disonesto, un falso, un ipocrita borghese e pallone gonfiato io mi immolavo per la sua causa e a muso duro affrontavo gli sfrontati per difendere il mio scrittore preferito... che prima era davvero uno scrittore e che ora è diventato più o meno un imprenditore assetato di money.

Come dicevo, tanto tempo fa, quando ero una lettrice inesperta e senza guida, Alessandro Baricco era uno dei miei scrittori preferiti. L'avventura con il buon Ale iniziò con Novecento, il celeberrimo monologo teatrale dal quale, nel '98, è stato tratto il meraviglioso film "La leggenda del pianista sull'oceano"; proseguì con Castelli di rabbia, Seta e Oceano Mare, che apprezzai sinceramente, e poi iniziò il declino, che mi fece dubitare del suo buon senso.

Riesaminando le vecchie recensioni presenti su questo blog, per esempio, mi sono accorta di due cose:
  1. La prima, senza dubbio, è la leggerezza con la quale scrivevo e pubblicavo...ero inesperta in un modo che oggi mi imbarazza e dalle mie parole lo si percepisce forte e chiaro.
  2. La seconda cosa è che l'adorazione che provavo nei confronti di quei primi quattro libri che ho citato poco fa offuscava terribilmente il mio giudizio critico in merito alle successive opere di Baricco. Nella recensione di L'anima di Hegel e le mucche del Wisconsin, del lontano 2011, ho iniziato ad essere leggermente più obiettiva.
Effettivamente, in seguito a quella sfortunata lettura, ricordo che iniziai ad acquistare i libri di Baricco con meno sistematicità per poi non considerarli più.

Detto ciò, la domanda sorge spontanea: perché hai acquistato un libro di Baricco se dici di non apprezzarlo?
Ho comprato e letto questo libro perché nel corso degli anni, e soprattutto in seguito all'incontro con Melville, ho sviluppato un inquietante feticismo nei confronti di Moby Dick. Nella mia interminabile e imbarazzante wish list di IBS.it, ho accumulato una serie così tanto fornita di titoli che trattano, approfondiscono, studiano, puntualizzano il mito della balena bianca (capodoglio!!!), che se dovessi riuscire a leggerli tutti potrei davvero ambire a diventare una delle massime esperte in MobyDickologia.

L'aggravante degna di nota è che sono stata costretta (costretta davvero) a fare un ordine per recuperare alcuni titoli che mi servono per l'esame di letterature comparate e, visto che c'ero, ho pensato di farmi un regalino...che poi sono diventati due (ma questa è un'altra storia).
E ho scelto due titoli che ricordano Moby Dick perché in questi giorni ho una voglia sfrenata di mare.

TRAMA: "Nel novembre 2007 va in scena all'Auditorium Parco della Musica di Roma "Moby Dick. Il reading". Quel progetto diventa, dopo quasi due anni, un libro in cui Alessandro Baricco traduce e commenta alcune scene significative del capolavoro di Herman Melville componendone l'architettura. "L'impressione di trovarsi davanti (in mezzo) a tanti libri, più che a uno solo, è innegabile". Baricco parte da questo assunto per realizzare una nuova possibile struttura del capolavoro di Melville, che restituisca al lettore il privilegio di leggere, ascoltare, gustare insieme scene, eventi e dialoghi che nel libro originale sono lontane decine, centinaia di pagine. Ecco quindi che l'ingaggio di Ishmael, pagine ricche di ironia che virano spesso verso la commedia, viene accostato alla partenza del Pequod, il lento allontanarsi dalla sicurezza del porto che segna l'inizio del cambio di registro, il portale d'ingresso verso la tragedia. La celebre scena del doblone, quella il cui l'oscuro capitano Ahab convince l'intera sua ciurma a seguire quella che è una sua ossessione privata, una sua privata vendetta, scovare e sconfiggere la Balena Bianca, viene qui rivisitata e riletta in chiave teatrale. Baricco in questo caso accoglie e amplifica la difformità stilistica del romanzo. L'immediatezza scenica, i dialoghi secchi preceduti dal solo nome del personaggio, le poche descrizioni che potrebbero far pensare a scarne didascalie ci introducono immediatamente in un universo che non è più quello del romanzo."


La trama del libro ingigantisce l'opera.
Si tratta di un volume piccolino, 142 pagine, che sono la metà visto che il libro contiene anche il testo originale a fronte.
Come ogni libro di Baricco in due ore è finito e, come ogni libro di Baricco (o quasi), la promessa di un'esperienza decisiva che mai si realizza costa al lettore almeno sette euro l'ora.

Lui non fa molto: non interpreta, non traduce, non offre nessun contributo innovativo o in qualche modo interessante. Si limita a introdurre tre scene bellissime  tratte dall'imponente e sfaccettato romanzo di Melville. Fine.
Mi è capitato di leggere recensioni nelle quali si affermava che Baricco "ci rende omaggio delle sue capacità analitiche su un capolavoro assoluto della letteratura americana". Non è vero. In "Tre scene da Moby Dick" non c'è niente di tutto ciò.
Non è un testo critico, non è un saggio di approfondimento, non è un'analisi dettagliata del testo, non è una rivisitazione, non è nulla di speciale. Baricco è un saggista (saggista?) comodo e furbo a cui piace vincere facile, come direbbe il tizio di quella pubblicità, che prende un'opera grandiosa come Moby Dick, scegliendo tre passi memorabili, qualche citazione qua e la e che si limita a introdurre il tutto nello spazio di due-tre paginette di raccordo e cornice al testo.
Il libro è bello perché è Moby Dick, di Baricco non c'è niente. Purtroppo o per fortuna, Baricco non esiste. 
L'ennesima trovata commerciale che mi avrebbe di certo infastidita se il tema centrale non fosse stato questo. Perché è vero che a parlare male di Baricco molto spesso non è peccato, ma bisogna ammettere che Baricco sa cogliere il bello della letteratura. Lui dà il meglio di sé quando parla dei grandi scrittori perché sa riconoscere la letteratura che vale da quella che vale poco, ed è per questo che è così piacevole ascoltarlo mentre parla delle opere degli altri; è questo il motivo per il quale è bello partecipare alle sue conferenze o guardarlo in tv ed è sempre questo il motivo per il quale sono convinta che la Scuola Holden sia una tra le più valide. Forse Baricco dovrebbe appendere il Macbook al muro e dedicarsi a queste altre cose, anziché perdere tempo a scrivere romanzetti di quattro pagine, pomposi e vuoti come poche cose al mondo. Ma, amici, fino a quando continueremo ad acquistare i suoi libri non ci libereremo di lui.

Però c'è un però: se come me siete feticisti pazzi del microcosmo letterario creato da Melville, per voi sarà bellissimo rispolverare questi tre passi; d'altra parte se di Moby Dick vi importa poco o niente e, soprattutto, se Moby Dick non lo avete mai letto è sicuro al 100% che affrontando questo libro odierete tutto, tutto Melville, tutte le balene, tutti i mari e tutto Baricco.
In buona sostanza è un libro di cui si può benissimo fare a meno, anzi, forse è meglio lasciar perdere. Leggete altro, qualsiasi cosa, ma non questo.
Io l'ho letto, per due ore sono tornata sul Pequod con Ishmael ed è stato bello, ma io adoro Moby Dick e tutto ciò che lo ricorda, dunque non sono obiettiva.
No, non chiedetemi di essere obiettiva quando si parla di Moby Dick.
Non ce la posso fare.

[PS: Avete visto la nuova edizione illustrata pubblicata da BUR? Adoro]

domenica 10 aprile 2016

IL RUMORE DELLE COSE CHE INIZIANO - Evita Greco




A pensarci molto bene, è passato davvero tanto tempo dalla mia ultima recensione. Più o meno due anni, o forse qualche giorno in meno. Il fatto è che sono diventata grande e, si sa, quando si diventa grandi aumentano le responsabilità e aumentano gli impegni.
La mia vita è ricca di eventi e fitta di incombenze: studio giornalismo e cultura editoriale all'Università degli Studi di Parma; lavoro come Project Manager presso un ente di formazione e consulenza aziendale; collaboro con una casa editrice, per la quale curo alcuni servizi editoriali; vado in palestra a correre come una pazza e ogni tanto trovo il tempo per leggere libri che VOGLIO leggere, lasciando da parte per un attimo i libri che devo studiare o su cui devo lavorare.
Non leggo più con i ritmi soliti ai quali vi avevo abituato. Se mi seguite da un po', sapete benissimo che due anni fa ero capace di leggere anche dieci libri al mese. Oggi quei dieci libri li leggo in tre o quattro mesi, quando va bene.
Il tempo di scrivere, poi, non esiste più. Da qualche mese a questa parte avevo smesso di scrivere il mio solito diario; avevo smesso di dedicarmi alla scrittura di racconti e, conseguentemente, avevo smesso di scrivere in questo blog.
Le giornate sostenute a ritmi frenetici, la stanchezza e tutte le scuse che possono venirvi in mente leggendo queste mie lamentele, concorreva tutto a tenermi lontana da qui. Distante da questo piccolo spazio mio mio che ero riuscita a creare con tanto amore e con tanta dedizione.

Poi è successa una cosa. Ho letto "Il rumore delle cose che iniziano" e la voglia di scrivere è tornata.
Mi sono fermata a pensare che la scrittura, oltre che un piacevolissimo passatempo e un'ottima valvola di sfogo, è per me una vera e propria necessità.
Voglio raccontarvi come è andata.


Sapevo dell'uscita di questo romanzo ormai da qualche settimana. Ho la fortuna di conoscere l'autrice e ho la possibilità di seguirla su Facebook, leggere i suoi post, condividere i suoi pensieri e la dolcezza delle sue foto.
L'ho seguita nei suoi viaggi in treno verso la Scuola Palomar e forse l'ho seguita anche durante la stesura di questo romanzo.
Dunque ho aspettato il 31 marzo così come da bambina aspettavo l'arrivo del Natale e, quando finalmente è arrivato, mi sono precipitata in libreria durante la pausa pranzo dal lavoro per poter finalmente acquistare il libro.
Reperirne una copia non è stato semplice: ho fallito la missione in ben due librerie e, alla fine, sono riuscita a trovarne qualcuna all'interno di un supermercato.


Stringere tra le mani "Il rumore delle cose che iniziano" mi ha regalato un'emozione indescrivibile, tanto forte da far accelerare i battiti cardiaci e tanto intensa da riempirmi gli occhi di lacrimoni. Tornare in ufficio è stata un'ardua impresa, volevo leggerlo a tutti i costi, lo aspettavo da troppo tempo.
Allora sono rientrata in ufficio, brandivo la mia copia suscitando l'interesse dei miei colleghi e ho pensato bene che era arrivato il momento di parlare di Evita e di parlare del romanzo con tutte le mie colleghe preferite, quelle a cui mi sono affezionata nel tempo e a cui voglio bene.
Impaziente e curiosa, ho lavorato tutto il pomeriggio con la copia de "Il rumore delle cose che iniziano" sulla scrivania, dove potevo vederla bene e dove potessero vederla bene anche gli altri.
Il mio lavoro è meraviglioso, ma vi assicuro che uscire dall'ufficio non è mai stato così bello. Sono arrivata a casa in un baleno e dopo aver cenato in fretta e furia ho iniziato a leggere.
Sono state le quattro ore più belle del 2016, non leggevo un libro scritto così bene da troppo tempo.

TRAMA: Cosa faresti se la tua bambina avesse paura di andare a scuola? Cosa le diresti per convincerla a farsi coraggio? Per la sua nipotina Ada, Teresa inventa un gioco: ogni volta che una cosa bella sembra finire, bisogna aguzzare le orecchie e prestare attenzione ai rumori. Solo così si possono riconoscere quelli delle cose che iniziano. Alcuni sono semplici e hanno dentro una magia speciale: un'orchestra che accorda gli strumenti, il vento in primavera, il tintinnio delle tazza riempite di caffè... Ma nella vita non sempre sappiamo riconoscere le cose belle. Quando perdiamo fiducia in noi stessi, quando qualcuno ci tradisce, o ci dice addio, sembra che nulla possa davvero iniziare. Ada ci pesa spesso, ora che nonna Teresa è ammalata. Nei corridoi dell'ospedale la paura di restare sola è così forte da togliere il respiro, ma bastano due persone per ricordarle che si può ancora sorridere: Giulia, un'infermiera tutta d'un pezzo, e Matteo, che le regala margherite e la sorprende con una passione imprevista. Perché è proprio quando il mondo sembra voltarti le spalle che devi ascoltare i rumori, e farti trovare pronta. Guardati intorno, allunga la strada, sbaglia a cuor leggero e ridi più spesso che puoi. Ogni volta che qualcosa finisce, da qualche parte ce n'è un'altra che inizia.


"Il rumore delle cose che iniziano", romanzo contemporaneo pubblicato da Rizzoli, racconta la storia di Ada. La conosciamo bambina, quando sua madre stabilì "che non le interessava poi tanto fare la mamma" e decise di lasciarla alle cure di nonna Teresa. Durante l'infanzia, e proprio a causa di tale disagio emotivo, Ada manifesta tutti i sintomi e sentimenti tipici della sindrome dell'abbandono. Compiere gesti naturali e quotidiani, come mettersi a dormire o andare a scuola, le creano un forte disagio emotivo e, proprio per alleviare questa sofferenza, nonna Teresa escogita una tattica per distogliere l'attenzione della bambina dai cattivi pensieri e per permetterle di affrontare la vita con positività, aprendosi alle novità. Nonna Teresa la invita a fermarsi e ad ascoltare, quando ha paura, Ada deve fermarsi e ascoltare il rumore delle cose che iniziano e deve imparare a riconoscere lo stupore degli inizi:

Una mattina, dopo aver preparato il grembiule, il cestino e tutto il resto, nonna Teresa le aveva parlato, stringendole la piccola mano.
-Vedi, Ada, prima o poi le cose devono iniziare. Sono come le strade. Tu sei lì a pensare che una stia finendo, ma in realtà è un'altra che è appena cominciata. Come questa strada qui. Tu pensi che stia finendo la strada che ti porta da me. E invece sta solo iniziando quella che ti porta a scuola.-
Ada aveva ascoltato sua nonna. Fin quando lei le teneva la mano, sapeva che non se ne sarebbe andata da nessuna parte, e allora era tranquilla. 
-Adesso è questa la tua strada, quella che porta all'asilo- aveva detto ancora la nonna.
-Ma se io prendo questa strada, tu non puoi venire con me.-
-Io tornerò, tornerò da te.-
-E dove andrai nel frattempo?- Nonna Teresa aveva riso.
-Non importa dove vanno le persone- aveva risposto, -l'importante è che tornino da te.-
Ada aveva pensato che la nonna aveva ragione. La sola cosa che importava era che sarebbe tornata da lei. Ma c'era ancora dell'altro che non aveva capito, e allora glielo chiese. Quando Ada aveva tre anni, chiedeva sempre un sacco di cose, soprattutto a sua nonna.
-Ma come fai a saperlo? Come faccio a sapere che questa è una strada che inizia?-
Sua nonna era rimasta in silenzio. Quella risposta non ce l'aveva. Poi, senza sapere da dove venisse, nonna e nipote avevano sentito qualcuno - forse un bidello - fischiettare una di quelle melodie che non stanno scritte da nessuna pare ma che tutti conoscono da sempre. Teresa, che era proprio il genere di nonna capace di approfittare delle cose improvvise come il fischiettare di un bidello, aveva fatto una faccia stupita.
-Dal rumore- le aveva spiegato.
Senza lasciare la piccola mano di Ada, si era avvicinata all'ingresso dell'asilo. Una volta entrate, lo sentirono di nuovo. Sentirono di nuovo quel fischiettare. Nonna Teresa fece ancora la faccia stupita.
-Lo hai sentito?- aveva chiesto. -Questo è il rumore. E' il rumore delle cose che iniziano.-
(pp 9-10-11)

Alla storia dell'infanzia di Ada si alternano la storia della malattia di nonna Teresa, la storia dell'amicizia con l'infermiera Giulia e la storia dell'amore tra Ada e Matteo.


Il romanzo è davvero ben costruito. Le descrizioni dei luoghi e dei momenti sono così ben fatti che vi sembrerà di visualizzare ogni scena davanti ai vostri occhi, come accade al cinema di fronte ai film, e vi rimarranno dentro, come succede con i film belli davvero.
E Ada... Ada è fenomenale. Vive in una realtà tutta sua, nella quale le sensazioni sono amplificate; è in grado di notare particolari che agli occhi di una persona superificiale potrebbero sembrare insignificanti, ma che, se ti fermi per un attimo a pensare, nascondono le chiavi di lettura della vita e di ciò che ci circonda. Guardando attraverso gli occhi di Ada la realtà non sembra poi così male, neanche le situazioni peggiori, persino le situazioni apparentemente senza via d'uscita acquistano una strana poesia.

-Comunque- continua Ada -ho deciso cosa gli regalerò per Natale: un casco da palombaro. Uno di quelli vecchi. Quelli tondi.- Ada, nel dirlo, allunga le gambe come dopo uno sforzo.
 -Magnifico- commenta Giulia, -e perché?-
 -Perché dice sempre che gli piace stare sott'acqua, dice che lì non c'è gravità né niente. E non c'è bisogno di parlare. E gli piace il rumore che si sente sott'acqua.-
 -Ma fa vere immersioni? Nel mare, intendo, ha il brevetto da sub?-
Ada si intristisce semp
re un po' quando la gente mette tutto sul piano pratico. Ogni volta che lei ha una buona idea, la gente non fa altro che buttare l'intera faccenda sul piano pratico. 
- Non lo so, non importa, comunque. Non è realmente per andare sott'acqua che glielo prendo.-
-E allora perché?-

-Perché voglio che pensi che se vuole andare, può andare. Che io lo lascerei andare. Che mi piace quello che fa. Tutto quello che fa. Incluso voler stare sott'acqua, in silenzio.-


Uno stile semplice, delicato e mai banale, che arriva dritto al punto e che arriva dritto al cuore. Non è una scrittura altezzosa, non è arrogante, non è presuntuosa. Evita scrive così bene che agli occhi dei lettori la scrittura potrebbe sembrare quasi un'azione semplice.
C'è quella naturalezza nell'esprimere concetti e situazioni, così vera e così sincera, che appartiene solo ai grandi scrittori.
La cura nelle descrizioni e nella costruzione dei personaggi; il duro lavoro di chi si allena da tempo nella nobile arte della scrittura e che è riuscito ad acquisire quell'orecchio e quella consapevolezza tali da riconoscere ciò che è indispensabile all'impianto narrativo e ciò che non serve; l'impegno di chi si dedica anima e corpo a un obiettivo; le buone letture, oculate, ragionate e il talento hanno permesso questo esordio senza pari.
La storia coinvolge così tanto, il ritmo è così ben ponderato, che ci si ritrova alla fine del libro senza neanche accorgersene. E davvero vorresti interrompere la lettura, davvero vorresti non dover mai lasciare andare Ada, vorresti condividere con lei ogni momento, ogni pensiero fugace e ogni rumore, ma sei costretto a farti trasportare dalla corrente del romanzo.

Insomma, se la letteratura italiana ha un futuro lo dobbiamo a romanzi come questo.
Leggetelo e regalatelo alle persone alle quali volete bene, non ve ne pentirete mai.

“Le cose, quando iniziano, fanno un rumore bellissimo.”

Per quanto mi riguarda sento il rumore della scrittura che torna nella mia vita; il rumore di un po' di tempo per me e solo per me nel quale riappropriarmi dei miei spazi, lasciando fuori il dovere e lasciando un po' di posto alla passione perché, come dice nonna Teresa, "di troppo amore nessuno è morto mai".

lunedì 29 giugno 2015

LA CRISALIDE NEL FANGO - Matteo Viviani




Buonasera a tutti cari lettori!

Oggi ho deciso di raccontarvi una delle mie ultime letture. Grazie ad una collaborazione con BloggerItalia ho avuto la possibilità di leggere l'esordio letterario di Matteo Viviani.
L'autore nasce in provincia di Bergamo, ma cresce nelle campagne toscane dove conduce un'adolescenza molto attiva: studia, dipinge, lavora nelle fiere, nei ristoranti, dai contadini e dai falegnami fino a che diviene maestro d'arte e disegnatore orafo. A soli vent'anni lascia la famiglia per trasferirsi a Milano e, dopo aver lavorato come cameriere, ballerino, modello e attore, debutta nella trasmissione Le Iene, il programma d'inchiesta in cui, ancora oggi, lavora a tempo pieno.

La copertina e il titolo di questo libro mi avevano incuriosito così tanto che non mi sono fatta scappare l'occasione di partecipare a questa interessante iniziativa. Quindi, iniziamo subito:



TRAMA: Milano, febbraio, lungo i navigli, Alessandro è sicuro di sé, altruista e irrequieto. Fuma marjuana, beve e cerca qualcosa che va oltre le donne che si porta a letto. Raffaele non cerca nulla; vive, nascosto in se stesso e nelle sue perversioni, covando un lato oscuro in continua evoluzione. I due sembrano destinati a non incontrarsi mai eppure qualcosa li lega: Sonia, una ragazzina bionda di origini finlandesi a cui Raffaele da ripetizioni di matematica a e cui Ale regala il primo orgasmo, misto a sangue e lacrime. Poi c’è quella presenza torbida, quell'entità folle e irreale che progressivamente entra nella vita dei protagonisti, cambiandone forma. Un noir dai risvolti pulp, una narrazione a tre voci, serrata e avvincente fino al sorprendente finale che giunge cupo, logico e inaspettatamente crudele.

“La crisalide del fango” pubblicato da Mondadori è inquadrato nel genere noir e nel retro di copertina viene specificato in bella mostra che si tratta di un “noir dai risvolti pulp”. In realtà, non sono sicura che questa sia proprio la definizione più giusta. Un noir? Sicuramente, ma è un noir che parte lentamente, denso di pensieri e ragionamenti interiori. Un noir/thriller psicologico diesel, passatemi la definizione.

Il romanzo, infatti, parte lento e a fatica, tanto che nelle prime pagine non si ha ben chiara la situazione. Si alternano le voci narranti di Alessandro, di Raffaele e successivamente di una terza figura inaspettata, anonima, inquietante e delirante. Poi il motore si scalda, gli ingranaggi iniziano ad attivarsi e le pagine iniziano a girare e solo allora la storia inizia a camminare.

Conosciamo Alessandro e ci immergiamo nella sua vita da perdigiorno, tra alcol e droghe, vizi sfrenati, puzza di tabacco e magliette sudate, sporcizia, scomodità e stenti. Un giovane dal comportamento irrequieto e ribelle, dedito al sesso e alla depravazione, incapace di legarsi sentimentalmente, sempre pronto a scappare verso nuove avventure, alla ricerca di non si sa bene cosa.


Poi si aggiunge Raffaele, lo stereotipo dell’impiegato statale frustrato, un uomo di mezza età che vive una vita piatta e senza scopo e che, sentendosi oppresso dalla società, cerca una vendetta verso il prossimo. Le sue giornate si susseguono senza sosta e nella più assoluta monotonia dal momento in cui timbra il cartellino alla mattina fino a quando “smarca” il cartellino alla sera. Trascorre il resto del tempo organizzando truffe on line e “fantasticando” di sedurre la figlia quindicenne di una sua conoscente.


Sonia è l’anello di congiunzione tra queste due figure e la voce narrante e delirante che ci accompagna nel suo delirio fino alle ultime pagine. Una ragazzina di 15 anni, bionda e bellissima vittima di un destino crudele.
Una storia che lascia il lettore con il fiato sospeso, scritta con uno stile scorrevole ma molto crudo, in cui non si risparmiano parole forti e turpiloquio. Scritto in modo piuttosto didascalico “La crisalide nel fango” è costituito da capitoli brevi che seguono il flusso dei pensieri dei protagonisti. 
Non c’è molta azione all'inizio, però le ultime cinquanta pagine ripagano di tutta l’attesa. 
Per essere un esordio letterario di un personaggio televisivo, la struttura, i contenuti e il colpo di scena finale possono considerarsi un buon punto di partenza.


PS: Matteo Viviani mi ha scritto una dedica bellissima e possedere una copia del suo primo romanzo è davvero una bella soddisfazione!


LA CRISALIDE NEL FANGO

domenica 11 gennaio 2015

OPEN - Andre Agassi

"Non è un caso, penso, che il tennis usi il linguaggio della vita. Vantaggio, servizio, errore, break, love (zero), gli elementi basilari del tennis sono quelli dell'esistenza quotidiana, perché ogni match è una vita in miniatura. Perfino la struttura del tennis, il modo in cui i pezzi entrano uno nell'altro come in una matrioska, rispecchia la struttura delle nostre giornate. I punti diventano game che diventano set che diventano tornei, ed è tutto collegato così strettamente che ogni punto può segnare una svolta. Mi ricorda il modo in cui i secondi diventano minuti che diventano ore, e ogni ora può essere la più bella della nostra vita. O la più buia. Dipende da noi" {p.11}

Non sono più una sportiva e forse non lo sono mai stata davvero. In questi anni, poi, non ne parliamo. Da bambina però, a 5 o 6 anni, dopo un fallimentare anno di ginnastica ritmica ho iniziato a giocare a pallavolo nella squadra del mio paesino. Undici anni di allenamenti, partite, tornei e campionati. Le mie compagne di squadra erano diventate anche le mie migliori amiche e devo ammettere che la pallavolo mi ha fatto bene. Eppure quando ritorno indietro e penso a quel periodo dentro di me si manifestano sentimenti piuttosto contrastanti. Da una parte la gioia di fare sport con le persone a cui volevo bene, tanto bene, e la soddisfazione delle vittorie; d'altra parte, i sacrifici, le sconfitte, la stanchezza, la rabbia e la frustrazione. Leggere questo libro mi ha fatto ripensare a quei momenti ed è stata una bella lettura, davvero interessante, che mi ha colpita e mi ha presa in ostaggio durante un weekend di relax.

"La borsa da tennis assomiglia molto al tuo cuore: devi sapere in ogni momento cosa c'è dentro" {p. 17}

"Open" è la storia di Andre Agassi, la storia dell'inizio della sua carriera e del suo termine.
Uscito in Italia nel 2011 è ancora un best seller che, su TuttoLibri, nella classifica dei primi cento libri acquistati dai lettori italiani nel 2014 resta stabile al ventottesimo posto.
Volevo leggerlo da tanti anni e non avevo mai trovato un buon momento, o forse un buon motivo, per acquistarlo. Così ho deciso di farmelo regalare e il giorno della Befana Andre era finalmente tra le mie mani. Leggere biografie, autobiografie, diari ed epistolari mi piace moltissimo, però, quando inizio letture di questo genere sono sempre un po' intimorita. Entrare nella vita delle persone non è cosa da poco. Dunque, dopo un attimo di esitazione, che effettivamente è stato solo un attimo, ho iniziato "Open" e non sono riuscita a smettere fino all'ultima pagina.

"I giorni di Rudy e dei Big Mac passarono in un lampo. Improvvisamente mio padre ebbe il suo campo da tennis dietro casa, il che voleva dire che io avevo la mia prigione. Avevo contribuito a nutrire la banda dei galeotti che stava costruendo la mia cella. Avevo aiutato a misurare e dipingere le linee bianche in cui sarei stato confinato. Perché? Non avevo scelta. E' la ragione di tutto ciò che faccio. Nessuno mi ha mai domandato se volessi giocare a tennis e men che mai farne la mia vita. In effetti mia madre pensava che sarei diventato un predicatore. Però dice che papà aveva deciso molto prima che nascessi che sarei stato un tennista di professione. Quando avevo un anno, aggiunge, gli ho dimostrato che aveva ragione. Seguendo una partita a ping-pong, muovevo soltanto gli occhi, non la testa. Papà aveva chiamato la mamma. Guarda, le aveva detto. Vedi come muove soltanto gli occhi? Un talento naturale. Lei racconta che quando ero ancora nella culla mio padre aveva appeso sopra la mia testa alcune palle da tennis incoraggiandomi a colpirle con una racchetta da ping-pong che mi aveva fissato al polso con del nastro adesivo. A tre anni mi diede una racchetta col manico segato dicendomi che potevo usarla per lanciare tutto ciò che volevo. Mi specializzai in saliere. Mi piaceva servirle attraverso le finestre chiuse. Realizzai un ace contro il cane. Papà non si arrabbiava mai. S'infuriava per un sacco di cose, ma mai per un gran colpo menato con la racchetta." {p. 43}

La storia di Andre tennista inizia da piccolissimo, così come accade per molti sportivi famosi e non. A questo punto potrebbe aprirsi una parentesi abissale sul rapporto triangolare genitori-figli-sport. L'enorme successo di Andre, oltre ad una predisposizione forse genetica ma comunque innata, è dovuto al padre, ex sportivo olimpionico. Però a che prezzo? La prima parte del libro è davvero straziante. Viene raccontato il rancore, la difficoltà, l'infanzia non vissuta di un bambino costretto a trascorrere giornate intere di fronte a un drago e a colpire 2500 palle al giorno. E poi la frustrazione di non sentirsi mai all'altezza, di non fare mai abbastanza e il peso di doversi sempre scontrare con tutti, in solitudine e dover vincere. Mentre leggevo mi sono ricordata che, nel nostro piccolo, scene di questo genere accadono anche nelle squadre dei paesini di provincia. Tra le mie compagne di squadra c'erano tante ragazze "costrette" a giocare perché magari i genitori, a causa di infortuni, gravidanze e impegni vari, tempo prima avevano dovuto rinunciare al loro sogno di gloria nella pallavolo. Però a me sembra evidente che costringere i propri figli a realizzare i nostri sogni falliti non può portare a nulla di buono. E quanta frustrazione negli occhi di quelle bambine totalmente disinteressate allo sport ma costrette a indossare divisa e ginocchiere e giocare senza alcuno scopo, senza alcuna passione. Questo succede anche ad Andre-bambino, ma con il passare degli anni le cose non migliorano, anzi, le sfide sono sempre più imponenti e le aspettative sempre più alte.

"A volte l'allenamento con Gil è in realtà una conversazione. Non tocchiamo nemmeno un peso. Sediamo sulle panche e parliamo a ruota libera. Ci sono molti modi per diventare forti, dice Gil, e talvolta parlare è il migliore" {p. 183}

Nonostante tutto Andre prosegue la sua carriera. Si descrive come un tennista diverso dagli altri: l'abbigliamento, i tagli di capelli, gli orecchini fanno spesso parlare i giornalisti così come fanno scalpore, allo stesso modo, vittorie e sconfitte. Quello che permane, però, durante le quasi 500 pagine di cui è composto il libro è l'odio-amore nei confronti di questo sport:

"Gli dico timidamente che non m'interesso di sport, che non mi piace.
Che vuoi dire?
Voglio dire che non mi piacciono gli sport.
Ride. Cioè, a parte il tennis?
Odio soprattutto il tennis.
Vabbè, vabbè. Immagino che sia una faticaccia, ma non puoi odiare davvero il tennis.
E invece sì." {p. 217}

Il talento vince. Ma non solo questo. Cosa potrebbe fare un ragazzo che nella vita ha fatto solo tennis e non ha mai fatto altro. Inoltre, con il tennis si fanno anche dei bei soldi, c'è da dire anche questo, così persevera. Si allena più duramente, vince e perde e nel frattempo c'è anche la vita vera. Gli amori biennali e le amicizie di una vita e anche Nelson Mandela. Scene di vita quotidiana e lunghe descrizioni di partite, dettagliate sì, ma non noiose.

"Cambiare.
E' ora di cambiare, Andre. Non puoi andare avanti così. Cambiare, cambiare, cambiare - me lo ripeto diverse volte al giorno, ogni giorno, mentre imburro il mio toast mattutino, mentre mi lavo i denti; non è tanto un monito quanto una cantilena tranquillizzante. Lungi dal deprimermi o dal farmi provare vergogna, l'idea di dover cambiare radicalmente, da capo a piedi, mi ridà equilibrio. Una volta tanto non avverto quel dubbio assillante che segue ogni mia risoluzione. Questa volta non fallirò, non posso, perché o cambio adesso o mai più. L'idea di fossilizzarmi, di rimanere questo Andre per il resto della mia vita, ecco ciò che trovo davvero deprimenti e che mi fa vergognare. Eppure. Le nostre migliori intenzioni sono spesso frustrate da forze esterne - forze che noi stessi abbiamo messo in moto tempo prima. Le decisioni, soprattutto quelle sbagliate. generano una loro inerzia e fermare l'inerzia può essere un bel casino, anche se siamo dispiaciuti e facciamo ammenda dei nostri errori, l'inezia del passato continua a trascinarci per la strada sbagliata. L'inerzia governa il mondo. L'inerzia dice: Calma, non così in fretta,sono ancora io che comando qui. Come ama dire un mio amico, citando un vecchio poema greco: La mente degli dèi eterni non ambia all'improvviso" {p. 326}

Ciò che rende grande Agassi, secondo me, non è tanto l'incredibile carriera che lo ha visto protagonista quanto più la forza d'animo che ha dimostrato nel corso della sua vita. Io credo davvero che i soldi non facciano la felicità, Andre è stato un grande sportivo che però, ahimè, non ha mai amato fare ciò che faceva. O almeno, l'odio che provava verso il tennis è sempre stato maggiore dell'amore e della soddisfazione. Nonostante tutto è riuscito a dare un senso alle sue azioni. E' riuscito a migliorarsi e ad andare avanti e, soprattutto, è riuscito a fare del bene attraverso lo sport. Un ragazzo che non credeva nell'istruzione si è trasformato in un uomo che ci crede così tanto da fondare una scuola pubblica modernissima e efficientissima per ragazzi dai tre ai diciotto anni che non possono permettersi di studiare e per la quale, ancora oggi, raccoglie fondi. Vi assicuro che le ultime pagine del libro sono un concentrato formidabile di buoni sentimenti che, giuro, mi hanno spezzato il cuore a più riprese.

Andre Agassi ci ha fatto dono della sua storia, ma senza J.R. Moehringer, premio Pulitzer nel 2000, sono convinta che il risultato non sarebbe stato il medesimo. Dunque, amici sportivi e amanti dello sport, se volete leggere un libro a caso lasciate perdere Io, Ibra e compagnia bella, approfittate di questo connubio tra sport e bella scrittura e leggete "Open". Non ve ne pentirete!
Per tutti gli altri: Leggete Agassi, anche se non vi piace il tennis, anche se non vi piace lo sport, in fondo non è mai piaciuto nemmeno a lui!

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martedì 29 luglio 2014

La caduta - Albert Camus


Inizia una nuova sfida!
Dopo essermi laureata in Lettere moderne lo scorso aprile, sono finalmente pronta per approfondire gli studi. Qualche settimana prima di laurearmi, giuro, mi ero imposta di trascorrere i successivi sei mesi leggendo, scrivendo e facendo la bella vita. Volevo assaporare tutta la libertà che per anni interi avevo agognato, giorno dopo giorno. Volevo godermi l'agenda vuota e senza impegni, volevo svegliarmi la mattina e fare ciò che mi andava di fare. Vi assicuro che per un periodo è stato così, un periodo piuttosto breve, ma c'è stato! Ho guardato centinaia di film; ho letto quanti più libri ho potuto; ho iniziato e completato due serie televisive; sono uscita; ho fatto shopping; mi sono divertita...ed era ancora giugno. Soltanto giugno. GIUGNO!

"L'ho capito molto presto. Un tempo, non avevo sulle labbra che libertà. Per colazione la spalmavo sui crostini, tutto il giorno la masticavo, portavo fra la gente un alito deliziosamente fresco e profumato di libertà. Assestavo questa parola maiuscola a chiunque mi contraddiceva, l'avevo messa a servizio dei miei desideri e della mia potenza. A letto, la mormoravo all'orecchio addormentato delle mie compagne e mi aiutava a piantarle. La insinuavo...Via, mi eccito e perdo misura. In fin dei conti, m'è capitato di fare un uso disinteressato della libertà, pensi come ero ingenuo, un paio di volte l'ho anche difesa: certo non mi sono spinto fino a morire per essa, ma ho pur corso qualche rischio. Bisogna perdonarmi quelle impudenze, non sapevo quel che facevo. Non sapevo che la libertà non è una ricompensa, né una decorazione che si festeggi con lo spumante; e neppure un regalo, una scatola di leccornie. Oh! no, anzi è un lavoro ingrato, una corsa di resistenza molto solitaria, molto estenuante. Niente spumante, niente amici che levano il bicchiere guardandoti amorevolmente. Solo un'aula tetra, solo una pedana al cospetto dei giudici, e solo a decidere, di fronte a se stessi o al giudizio altrui. Alla fine di ogni atto di libertà, c'è una sentenza; per questo la libertà pesa troppo, specie quando si ha la febbre, o si è inquieti, o non si ama nessuno." [pagina 74]

Due mesi e mezzo di dolce far niente e poi? Poi la Martina che per un attimo avevo sperato di accantonare è emersa e sbracciando e sgomitando si è fatta largo nella mia mente e mi ha rimproverato. Perché la verità, amici, è questa: non riesco proprio a stare con le mani in mano. Camus ne "La caduta" dice che quando le persone si annoiano cercano in tutti i modi di complicarsi la vita e forse mentre scrive pensa a me. Tutta questa libertà mi stava stretta. Sono una ragazza troppo organizzata, non riesco a concedermi il lusso di non avere impegni! Così ho fatto molti colloqui di lavoro, ho cercato corsi specialistici, corsi pratici, corsi di qualsiasi genere e finalmente ho trovato un master estivo molto interessante. Ho sostenuto l'esame e l'ho superato rientrando nella rosa dei 13 fortunati possibili partecipanti. Ho vinto anche una borsa di studio, che non fa mai male. Ma non finisce qui! Ho contattato tutti i professori delle materie del primo semestre della specialistica e mi sono fatta inviare i programmi completi. Ho anche iniziato a studiare! Cosa ci posso fare?Mi piace avere degli impegni, mi piace dover rispettare delle scadenze, purtroppo o per fortuna sono fatta così.

E dunque veniamo a noi. Nel programma di uno dei quattro esami che dovrò sostenere a Gennaio sono presenti due libri di Albert Camus e stamattina mi sono svegliata abbastanza presto per poterne leggere uno. Ho scelto di iniziare da "La caduta".

TRAMA: Clamence, un brillante avvocato parigino, abbandona improvvisamente la sua carriera e sceglie come quartier generale un locale d'infimo ordine, il Mexico-City, ad Amsterdam. Presa coscienza dell'insincerità e della doppiezza che caratterizza la sua vita, Clamence decide di redimersi confessando e incitando (per sincerità, per virtù, per il gusto della dialettica) gli occasionali avventori della taverna portuale a confessare la loro "cattiva coscienza". Ma non bisogna lasciarsi ingannare: Clamence non si redime. L'eroe di Camus secondo le sue stesse parole "percorre una carriera di falso profeta che grida nel deserto e rifiuta di uscirne."

Mi aspettavo una lettura diversa. Inizio subito con il dire che non mi ha entusiasmato, anzi, ho trovato che questo libro a tratti sia davvero noioso. Albert Camus crea una cornice straniante e si serve del monologo del protagonista affinché questa aurea di straniamento pervada l'intero libro. Ci sono dei momenti, dei pensieri e dei passi folgoranti, nonostante la vicenda nel suo complesso sia piuttosto statica e ripetitiva. Durante le ottantadue pagine, Clamence parla e parla e parla con un povero malcapitato al quale non viene riservata nemmeno una battuta all'interno della narrazione. Un dialogo a una voce, quasi un delirio o forse una confessione. Clamence confessa ad un ignoto sconosciuto cosa lo ha spinto a cambiare rotta nella sua vita. Inizia descrivendo se stesso, il suo vecchio lavoro di avvocato affermato e ricco per poi giungere alla caduta, l'evento tragico che gli ha spezzato la coscienza.

Ero felice di camminare, un po' intorpidito, fisicamente calmo, col corpo irrigato da un sangue lento come la pioggia che cadeva. Sul ponte passai dietro ad una forma china sul parapetto, sembrava che guardasse il fiume. Più da vicino, distinsi una giovane donna esile, vestita di nero. Fra i capelli scuri e il colletto del mantello, si vedeva soltanto una nuca, fresca e umida, a cui non fui insensibile. Ma, dopo un attimo di esitazione, continuai per la mia strada. In capo al ponte, presi il lungo Senna in direzione Saint-Michel, dove abitavo. Avevo già percorso una cinquantina di metri, quando sentii il tonfo che, malgrado la lontananza, mi parve tremendo nel silenzio notturno, di un corpo che cade in acqua. Quasi subito sentii un grido, ripetuto parecchie volte, che scendeva il fiume; poi si spense bruscamente. Il silenzio che seguì, nella notte tutt'a un tratto rappresa, mi parve interminabile. Volli correre, e non mi mossi. Tremavo, credo, per il freddo e per l'oppressione. Dicevo fra me che bisognava affrettarsi, e mi sentivo il corpo invaso da una debolezza irresistibile. Ho dimenticato che cosa pensassi. "Troppo tardi, troppo lontano..." o qualcosa di simile. Ascoltavo, sempre immobile. Poi, a piccoli passi, sotto la pioggia, mi allontanai. Non avvertii nessuno.
La morte di questa sconosciuta lo trascina in un vortice di ripensamenti. Ripensa alla sua vita; alla sua condotta; al modo con il quale ha stretto legami con le persone; alle occasioni che ha perso; alle donne che ha ferito. La morte gli apre gli occhi. Allora scappa, si trasferisce ad Amsterdam e diventa Giudice, diventa anche Papa e confessore. La febbre lo piega, la sofferenza e la solitudine lo pervadono. E continua a raccontare imperterrito le sue vicende al mite ascoltatore senza volto. Io, io, io, solo e soltanto Clamence figura nel monologo. Eppure non riesce a salvarsi, il protagonista è imprigionato in questo groviglio di vita e non riesce a trovare il bandolo della matassa.

"Fanciulla, gettati di nuovo in acqua perché io abbia una seconda volta la possibilità di salvare entrambi!" Una seconda volta, eh, che imprudenza! Supponga, caro avvocato, che ci prendiamo in parola? Bisognerebbe decidersi. Brr...! l'acqua è così fredda! Ma rassicuriamoci! Adesso è troppo tardi, e sarà sempre troppo tardi, per fortuna!
Clamence non riesce a liberarsi dal senso di colpa, a volte se ne dimentica e forse parlare e parlare con gli sconosciuti funge da unico scudo capace di schermarlo dai ricordi più torbidi e più duri da digerire. Ciò che manca a Clamence è la volontà di redimersi e l'incapacità di dare l'ennesima svolta alla propria vita.
Un romanzo scritto egregiamente, anche se non questa lettura non è stata in grado di convincermi fino in fondo. I temi trattati sono tra i più disparati, eppure, a tratti, il libro è in grado di annoiare il lettore (per lo meno con me c'è riuscito).
Spero che con "Lo straniero" andrà meglio e dato che il Professore venera tanto questo libro spero non sarà uno degli argomenti principali del mio futuro esame.

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